CORVINO

 
       
C'era una volta un bambino dai capelli corvini, naso aquilino, vista da falco, mani forti come artigli che usava per rimanere attaccato ai rami degli alberi. si sarebbe detto fosse più un grosso piccione che un bambino se non per il fatto che avesse pelle al posto delle ali.

 

 

 

Che provasse più volte l'ebrezza di librarsi in aria era dimostrato dai numerosi lividi che si potevano osservare su ogni parte del corpo. pure la voce era poco aggraziata, quasi gracchiante direi e dalla casa sull'albero che si era costruito con l'aiuto del padre non se ne usciva che per mangiare. anche la notte spesso la passava rintanato sulla grande quercia dietro casa. passava tutto il suo tempo ad osservare gli uccelli che facevano il nido poco più in alto fra rami del suo albero e si divertiva a procurargli tutto il cibo necessario cosicché anche la mamma uccello non dovesse allontanarsi più del dovuto da casa.
il bambino cresceva infondo felice. nel suo mondo sull'albero aveva tutto e la mancanza del resto dell'universo umano non gli pesava certo.
purtroppo a volte la natura che ami ti tradisce ed una notte durante un uragano la grande quercia fu abbattuta proprio da quel vento che aveva imparato ad ascoltare nell'accarezzare la folta chioma di quel suo personale cielo verde sopra casa sua.naufrago dal suo albero passò giorni a guardare la quercia distesa al suolo e poi i giardinieri con enormi seghe a lacerarne le venature, ridurla in minuti pezzi buoni per il fuoco per l'inverno ormai prossimo. nulla venne sprecato.a piedi nudi, a spalle chine come ali rattrappite era ormai incapace di qualsiasi pensiero.

 

Si abbandonava ogni giorno al grande prato ora vuoto ad osservare il cielo e si chiedeva perché anche lui non potesse migrare lontano: infondo si sentiva più uccello che uomo, in fondo amava più l'aria del terreno, più le nubi dei libri e delle braccia non sapeva che farsene prive come erano della capacità di sostenerlo nel vuoto.
ormai l'inverno era alle porte e le grossi nubi all'orizzonte ne erano un presagio evidente.
si alzò di scatto dal suo prato e colto da improvviso istinto si mise a correre lungo la strada prima fino alla porte della città e poi oltre senza pensare, senza scarpe ai piedi, solo seguendo il suo istinto puntando dritto verso sud, seguendo un istinto fino ad allora nascosto chissà in quale recesso della sua anima. sapeva, sentiva che non poteva perdersi. la mappa era lì impressa nella sua memoria da generazioni e non gli serviva una bussola o un cartello stradale: lui la strada l'eveva da sempre conosciuta.
la corsa era leggera, priva di fatica. fissava le nubi in alto e gli sembrava di stare lassù e l'aria fra i lunghi capelli neri lo faceva sentire libero e felice.
i giorni passavano e lui correva sempre, sempre più a sud senza sentire i morsi della fame e della sete, senza rimpianti o malinconia ed anche la tristezza per il suo albero e la sua casa distrutti era passata perchè senza la loro perdita non avrebbe mai scoperto questo nuovo senso di libertà. ma ancora una volta la natura che amava lo tradì. la sua corsa sfrenata verso sud lo condusse inevitabilmente di fronte al mare. sconsolato guardava gli stormi sopra la sua testa fare una breve virata verso destra per tuffarsi senza timore sopra l'oceano per il grande balzo verso la terra al di là del mare.
si sedette amareggiato sul bordo del grande scoglio e guardo le sue mani ed ancora una volta rimpianse che non fossero ali forti, che le dita non fossero piume da fremere nel vento. sotto di lui il mare rumoreggiava impetuoso e frustava con violenza la roccia bianca e levigata e sembrava chiamarlo alla sfida. lo ascoltò a lungo e con lui si confidò e più con lui parlava e più lui lo sfidava :"vieni", gli diceva, "vieni da me, un passo oltre lo scoglio e saremo una cosa sola. potrai volare fra le mie onde, potrai andare verso sud seguendo la mia corrente, potrai vedere infinite spiagge dorate, mille scogliere su cui abbandonarsi al tepore del sole".
D'improvviso si alzò, guardò l'oceano in basso tumultuoso, guardò le nubi in alto veloci e fredde, guardò dritto di fronte a se gli ultimi stormi ritardatari sparire nella piega dell'orizzonte e poi chiuse gli occhi e per la prima volta si sentì solo, come un uccello storpio abbandonato dai compagni di viaggio perché ormai incapace di stare al loro passo. solo.
mai si era sentito così in vita sua. non aveva più casa, non aveva più meta, e senza casa e meta un essere è nulla.
la natura alla fine si era rivelata ingrata con lui. gli aveva concesso una casa e poi gliel'aveva tolta; gli aveva  concesso una meta ed alla fine gli aveva tolto anche quella.

 

Perché, si chiese con gli occhi piene di lacrime, perché, si chiese, il destino fosse stato così ingrato con lui.
schiuse gli occhi e poco distante da lui notò che una piccola quercia stava spuntando dal terreno argilloso e mal sicuro quasi a strapiombo sul mare. sembrava si volesse come lui gettare fra le braccia dell'oceano, sembrava quasi volesse essere un pesce per andare lontano ed invece era una semplice e piccola quercia nata chissà come a cavallo fra la terra ed il mare. si avvicinò e sorrise. la guardò e si convinse che se se era nata quercia il suo destino era quello di una quercia e non di un pesce, che il suo destino era di essere casa per gli uccelli e non vagabonda per il mare. sorrise, guardò le sue mani e per la prima volta non rimpianse che non fossero ali. si avvicinò alla quercia e delicatamente la liberò dal terriccio malsano della scogliera ed insieme come un padre e figlio fecero a ritroso il viaggio verso casa.

 

Giunto nel grande prato fece una profonda buca e piantò la sua nuova quercia ora al sicuro su un terreno saldo e la quercia lo ringraziò e con la voce del vento gli sussurrò :"il destino di una quercia è quello di essere albero e non pesce come il tuo destino è quello di avere forti mani e non ali e come io sarò prima casa per gli uccelli e poi legna per il fuoco tu sarai prima casa per la tua anima e poi memoria per la tua gente... !!!".
Imparò così ad amare le sue mani e le sue braccia che avevano salvato la quercia e dato nuovo rifugio agli uccelli del prato; imparò che tutto si può cambiare, la propria casa e la propria meta, tutto ma non l'anima di uomini che la natura ci dona per occuparci ciascuno della propria quercia.

 

 

 

                                                         Rit.