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GIORNOTRE – CITTA’ GRANDE

 

 

Cammino per strada.

Per me una tappa, non voglio sia la mia meta.

La città ingloba tutto, anche il mio fiato. Il rumore alla fine è quello unico dei motori, sempre accesi, ad inseguire il vago ricordo del sogno che li ha condotti lì.

Mille volti, mille vite sconosciute, le guardo tutte, le dimentico tutte: chissà se sanno davvero a quali destinazioni condurre auto e giornata, destino e memoria.

 

 

Strana la sera, questa sera, ove tutto poteva essere da un’altra parte ed invece è qui intorno a me a dare fastidio alla mia anima, ai miei pensieri, alla pelle.

C’è puzza di pioggia per strada e non ho nemmeno l’ombrello, ma non importa, anzi spero tanto piova e piova e piova per lavare tutto di questo maledetto giorno.

Entrerò a bere un sorso nel primo posto che trovo, ci vorrebbe proprio del vino rosso di quello che arriva dritto agli occhi fino a farti male.

Seduto nell’angolo in fondo al locale posso vedere tutto di questo micromondo muoversi e consumarsi fra parole sussurrate, a volte urlate, sorrisi compiacenti, pacche sulle spalle e qualche fanculo di troppo…

C’è una piccola donna all’angolo opposto, sembra non guardare nulla, sembra triste e stanca di essere triste e stanca, sembra lì anche lei a chiedersi di come tutto poteva essere da un’altra parte ed invece ora è lì intorno a dare fastidio. Beve vino rosso. Spero stia attenta, io lo conosce bene questo vino va dritto agli occhi fino a farti male. Afferra il bicchiere come i bambini la tazza del latte, per poi stringere le mani fra le mani forse nel segreto rimpianto  di non trovare altre dita a riempire il vuoto che c’è. Stringe un nulla che fa male, lo sento vibrare, fa incurvare le spalle come il freddo quando si insinua fra i vestiti e fa male come…

 

 

…fa male e basta … cazzo!!! ………………………

 

 

 

E’ quasi ora di ripartire.

E’ meglio tornare al treno.

 

 

 

L’aria è umida questa sera

ci vuole un pasto caldo

“un quartino di rosso della casa andrà bene grazie”.

Quanta gente.

Quella ragazza aspetta un figlio.

Un figlio.

Certo che potevo sposarmi.

Infondo era buono.

Mi voleva bene.

Ma perché non mi sono sposata.

“Grazie.

Questo vino non sembra ma è forte”.

Uh c’è una candela,l’accendo, fa un po’ di allegria.

Un figlio.

Ma perché non mi sono sposata;

no, ho fatto bene, mi sarei accontentata.

Nella mia vita non voglio accontentarmi.

Però lui era buono.

E mi voleva bene.

“Scusi e la mia pasta e fagioli?

Grazie.”

Il vino è forte.

A stomaco vuoto.

Mi gira la testa.

In fondo mi voleva bene.

In fondo era solo anche lui.